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L’Aquila nel tardo medioevo


Quando papa Celestino V, nel 1294, donò al mondo dei fedeli la sua indulgenza plenaria, L’Aquila era una giovane città. Riconosciuta ufficialmente nel 1254, con il diploma di fondazione del re svevo Corrado IV, nacque per interessi molteplici ma, soprattutto, in funzione antifeudale, per volontà degli abitanti dei castelli del contado che intendevano affrancarsi dalle pesanti vessazioni cui erano sottoposti.


I quarti della Città
Dopo la morte del re (1254) che aveva legittimato la nascita della città in senso ghibellino, papa Alessandro IV vi trasferì la sede episcopale da Forcona (1257), riportandola nell’ambito guelfo. La risposta di Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia, che mirava come suo padre alla conquista di un predominio assoluto in Italia, non tardò ad arrivare: fattosi eleggere dai baroni re di Sicilia, nel 1258, appena un anno dopo distrusse completamente L’Aquila per punire la sua scelta guelfa.
Dopo la battaglia di Benevento (1266) che pose fine alla dominazione di Manfredi, la città fu ricostruita da Carlo I d’Angiò. Alla ricostruzione, o meglio rifondazione, concorsero vari fattori, tra cui il desiderio degli abitanti dei castelli di ripetere l’esaltante esperienza della liberazione cittadina e l’interesse del re angioino di disporre di una città fedele ai confini del regno, così da fortificare ulteriormente quest’ultimo, rendendolo autonomo dalle ricorrenti pressioni del papa. In occasione della battaglia di Tagliacozzo (1268) che vide la definitiva sconfitta degli Svevi e della loro politica imperialistica, gli aquilani appoggiarono re Carlo che in cambio offrì protezione e riconoscenza a L’Aquila, favorendo la sua rapida crescita.

La ricostruzione della città seguì un piano urbanistico del tutto particolare che essa conserva ancora oggi nel centro storico, nonostante le numerose modifiche subite nei secoli. Ad ogni castello che aveva contribuito alla fondazione fu assegnato nell’area urbana un “locale”, cioè uno spazio proporzionale al numero degli abitanti. In esso, tutti coloro che dal castello si fossero trasferiti in città avrebbero potuto edificare le proprie case e la propria chiesa, che nell’intitolazione doveva ripetere quella del luogo di origine. Il prospetto dell’edificio sacro doveva affacciare su una piazza con fontana centrale, così come il palazzo nobiliare della famiglia emergente. In questo modo gli abitanti dei castelli ricostruirono nello spazio urbano la loro comunità, divenendo cittadini aquilani senza rinunciare alla cittadinanza dei villaggi d’origine. L’Aquila divenne un’unica realtà con il territorio circostante. A ricordo dei castelli che, nel numero leggendario di 99, contribuirono alla fondazione della città, nel 1272 fu edificata la fontana delle Novantanove Cannelle, il più antico monumento civile aquilano superstite.
In seguito, L’Aquila fu divisa in quattro quarti o quartieri, facenti capo alle chiese-colleggiate dette “capo di Quarto” dei locali più importanti. L’articolazione in quarti riguardò anche il territorio: San Pietro (Coppito) e San Giovanni (Lucoli), ora San Marciano, compresero il vecchio territorio di Amiterno; Santa Maria (Paganica) e San Giorgio (Bazzano), ora Santa Giusta, compresero il territorio di Forcona.

La particolare situazione aquilana fu riconosciuta ufficialmente da Carlo II d’Angiò con diploma del 28 settembre 1294, emanato a breve distanza dall’incoronazione papale di Celestino V. In quel momento in città erano in costruzione circa trenta chiese, tra cui la grandiosa abbazia di Collemaggio. L’indulgenza di Celestino e l’unificazione amministrativa concessa da Carlo II contribuirono notevolmente alla crescita economica della città che, con la successiva istituzione di una fiera annuale in concomitanza della Perdonanza, entrò nel grande circuito commerciale europeo. Lo sviluppo del volume degli affari e l’aumento della circolazione del denaro, fecero sì che nel XIV secolo le fosse addirittura concesso il privilegio di battere moneta. Come gli altri Comuni italiani, L’Aquila continuò, tuttavia, ad essere teatro di lotte interne ed esterne, la più dura delle quali ebbe luogo tra il 1423 e il 1424, nell’ambito dell’intricata successione dinastica angioina. In quell’occasione, la città fu assediata per tredici mesi dal capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone, che voleva farsene signore spinto da Alfonso d’Aragona. Stremata dalle lotte riuscì tuttavia a vincere, sopravvivendo come libero Comune e riconquistando l’antico splendore. La sua prosperità non mutò con l’avvento degli Aragonesi (1442), quando divenne la seconda città del Regno di Napoli, fiorente negli scambi commerciali e culturali con le più importanti città italiane e straniere.
In questo periodo, protagonisti della storia aquilana con la loro potente opera religiosa e civile furono san Bernardino da Siena, san Giacomo della Marca e san Giovanni da Capestrano: le spoglie del santo senese sono conservate nella splendida basilica a lui intitolata, edificata a partire dal 1454, quattro anni dopo la sua canonizzazione.

L’Aquila si contraddistinse anche per una notevole vivacità culturale e, nel 1458, Ferrante d’Aragona le concesse la licenza di aprire uno Studio che doveva avere le stesse prerogative delle più antiche sedi universitarie.

La dominazione spagnola del XVI secolo interrompe drasticamente il periodo di splendore: L’Aquila si avvia verso un lento declino dal quale risorge solo in epoca moderna.

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