La Perdonanza Celestiniana

L'Aquila apre la Porta Santa al mondo.


  • Comune dell'Aquila
  • Provincia dell'Aquila
  • Regione Abruzzo
  • Arcidiocesi dell'Aquila
 
Vai alla home
Permanenza a L'Aquila

  • Permanenza a L'Aquila
    • Itinerari nella città dell'Aquila
    • Da visitare a L'Aquila
    • Info utili e ricettività
    • Come raggiungere L'Aquila



Perdonanza 2011

Perdonanza Celestiniana 2007

Home > La Città > Itinerari > Sulle Orme di Celestino: gli eremi del Morrone e della Maiella

» Torna agli itinerari Stampa la pagina

Itinerari a L'Aquila


Gli itinerari sono riferiti a prima del 6 aprile 2009, data del terremoto che ha sconvolto L'Aquila ed un vasto territorio circostante. Oggi, unitamente a molti dei luoghi della città, non sono al momento percorribili a causa dei danni del sisma, ma si è voluto lasciarli per far conoscere al pubblico quali fossero le bellezze della città, con l'augurio che possano essere al più presto nuovamente visibili nel loro splendore.

Sulle orme di Celestino: gli eremi del Morrone e della Maiella


Itinerario in città a cura dell’associazione Panta Rei di promozione sociale L’Aquila
Maria Grazia Lopardi


Il Petrarca chiamò la Maiella “Domus Christi” dato che sin dai primi secoli del cristianesimo accolse nei suoi rifugi aspri e nascosti, schiere di anacoreti, per gli Abruzzesi è la montagna Madre,come il Gran Sasso è il Padre.
Sui monti d’ Abruzzo si è ospiti di una natura intatta, che richiede rispetto, qui si varcano i confini immaginari del regno del silenzio e dell’asprezza di rocce scoscese e di precipizi oscuri, come quelli scavati dall’Orfento e dall’Orta che in alcuni punti sembra ingoiata negli orridi, come se la crosta si fosse spalancata.
Sul Morrone e la Maiella Pietro Celestino incontrò se stesso, il cavaliere nero, le tentazioni del deserto e la Luce. Lasciatevi condurre per i suoi eremi: ripercorrere le sue tappe è un’esperienza mistica ed ogni passo diviene una tappa di un percorso interiore alla fine del quale ci si sente trasformati.
Partiamo dall’Aquila, da S. Maria di Collemaggio subito segnalata per chi giunge da Roma, percorrendo l’autostrada A24, fino al sua apparire sullo sfondo del viale realizzato riempiendo il fossato che divideva il colle dal resto dalla città: l’impatto desta meraviglia e commozione perché la facciata della Basilica realizzata per volere dell’eremita Pietro del Morrone, o meglio della Vergine che gli apparve in sogno, è stupenda come un merletto bicolore reso ancora più delicato dai tre rosoni che la impreziosiscono ed alleggeriscono.
Prendiamo la superstrada per Pescara costellata di meraviglie che spesso il turista non sa nemmeno che esistono. Lasciata alle spalle la città, sulla destra spicca il castello d’Ocre, sopra l’abitato di Fossa, mentre a sinistra si snoda la catena del Gran Sasso che protegge la vallata dell’Aterno. Ruderi di castelli si adagiano sulle alture ai due lati della strada: quelli si S. Eusanio, di Bominaco e Capestrano a destra, quelli di Barisciano, S.Pio, Rocca Calascio ed il paese fantasma sulla sinistra.
Altri sono nascosti alla vista, ma meritano una visita perché ricchi di fascino, come Castel Camponeschi, borgo fortificato di recente restaurato nei pressi di Prata d’Ansidonia, non lontano dal sito archeologico di Peltuinum; un gioiello è l’intero paese di S. Stefano di Sessanio la cui torre medicea sembra un antenna che spicca sulla sommità dell’altura conica che lo ospita, lungo la strada- fino a non molti decenni fa solo mulattiera- che conduce anche a Calascio, Castel del Monte e a Campo Imperatore sul Gran Sasso d’Italia.
Lungo il percorso, specie sulla sinistra appaiono chiese stranamente collocate isolate nella campagna: sono le chiese tratturali che offrivano riparo ai pastori quando portavano le loro greggi in Puglia a svernare. ”Settembre andiamo, è tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare…” cantava Gabriele D’Annunzio e per andare verso la più mite costa i pastori percorrevano l’antico tratturo lungo il cui percorso scorre ora la superstrada che stiamo percorrendo.
A Navelli , altro splendido centro ben conservato nelle sue caratteristiche medievali, vi è un bivio: può procedersi per Popoli passando per l’affascinante paesaggio delle curve tortuose con cui la montagna degrada nella valle peligna, oppure continuando la statale per Pescara con le non trascurabili attrattive di Capestrano , di S. Pietro ad oratorium, chiesetta nascosta nella campagna con il quadrato magico del SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS , leggibile in ogni direzione e S, Maria di Cartegnano, alle porte di Bussi, priva di copertura ma intatta nel fascino e nella carica che conserva.
All’uscita di una galleria che attraversa la montagna, si perviene ad un bivio con a destra Popoli con il suo castello e Sulmona ricca di storia medievale e romana ed a sinistra Pescara con il suo litorale sabbioso.
In direzione Sulmona deviamo appena appare l’indicazione,Badia: è il borgo a cui ha lasciato il nome la grandiosa Abbazia dei Celestini, di recente restaurata e meritevole di una accurata visita. Quando vi arrivò l’eremita molisano aveva 24 anni e di certo fu affascinato dall’asprezza ed imponenza di questa montagna che supera i 2.000 metri: affamato di divino e desideroso di abbandonare il mondo, vi avrà trovato il luogo ideale per la sua ricerca di Dio. Dagli atti del processo di canonizzazione sappiamo che fu un medico all’epoca quindicenne, tal Gentile di Rainaldo, a segnalargli, rispondendo alla domanda di Pietro se sapesse indicargli il luogo dove era vissuto frate Flaviano di Fossanova, quella che sarebbe stata la sua dimora per cinque anni : era nulla più che una grotta, un’aspra apertura nella parete scoscesa del monte; Pietro non la trovò abbastanza isolata, ma fu rassicurato dal giovinetto che ve lo aveva accompagnato che, con il sopraggiungere dell’inverno, nessuno avrebbe potuto raggiungerlo e disturbarlo.
Questo primo eremo viene indicato nella caverna che si apre sotto la cappella Caldora di Santo Spirito dove Pietro edifico una chiesetta ipogeica dedicata a Maria.
Proseguiamo lungo la strada che percorre il fianco della montagna in un luogo già sacro nell’antichità come testimoniano le grandiose rovine del santuario di Ercole Curino del I sec. a. C. e la fontana d’amore, la “fons amoris” di Ovidio che nella vicina Sulmona nacque nel 43 a. C.: a distanza di dieci secoli Pietro nel 1293 rinnovò il carattere sacro di questi luoghi realizzando un po’ più in alto del santuario di Ercole la prima meta del nostro pellegrinaggio sulle orme di Celestino. Lasciata la chiesetta della Madonna degli angeli arriviamo ad un piazzale dove si parcheggia. Qui inizia un sentiero accessibile a tutti che in circa 20 minuti porta all’eremo di S. Onofrio a 637 metri d’altezza.
Lo vediamo poggiato a mo’ di nido d’aquila che tende a mimetizzarsi con la parete rocciosa: ci accoglie un piccolo terrazzo che interrompe la parete rocciosa del Morrone, a fronte della valle Peligna. All’interno della chiesetta a sinistra vi è un ritratto di Celestino risalente al trecento di tal “Magister gentilis” di Sulmona, contemporaneo di Pietro e testimone di miracoli da lui fatti.
Su un antico altare vi è un crocifisso che lo stesso Celestino avrebbe benedetto a Sulmona quando vi passò dopo la sua elezione al soglio pontificio.
E’ tuttavia sotto l’edificio con celle attestanti il suo utilizzo nei secoli, che si apre il luogo più impregnato della presenza di Pietro: mimetizzata da una parete vi è la sua grotta dove la pietra conserva uno strano calore e dove l’acqua che filtra si raccoglie in un incavo. Riferisce il Pansa in “miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo” del 1924 che nella grotta era anticamente praticato il rito dell’incubatio e quello della strofinazione .
Si tratta di antichissimi rituali legati al culto della Madre Terra che contiene i germi della vita e protegge e consiglia; l’incubatio consisteva nel passare la notte nel luogo sacro con l’intento di avere sogni profetici, vaticini, consigli. In origine si cercava in particolare il contatto con gli antenati sui cui sepolcri ci si coricava: ne parla Erodoto e si sa che era praticato dai discepoli di Asclepio.
Nella grotta del Morrone dove Pietro si ritirava per realizzare i dolci colloqui con il Signore, la presenza dell’acqua, considerata miracolosa, attesta una religiosità antica e la roccia risana come negli antichi culti.
Possiamo tornare indietro verso Bussi e prendere al bivio la direzione Pescara, quindi imboccare l’autostrada per uscire ad Alanno- Scafa ed inerpicarsi sulla montagna in direzione di Roccamorice, oppure continuare in direzione Sulmona fino al bivio che segnala il pittoresco borgo di Pacentro con l’affascinante castello dei Cantelmo che si costeggia per iniziare la salita verso la Maiella dal versante opposto rispetto a quello dell’altro più comodo ma meno suggestivo itinerario.
La strada tortuosa e scoscesa sale al passo di S. Leonardo per poi riscendere verso Roccacaramanico, classico paese da presepe, e quindi a Caramanico con le sue famose terme: continuiamo per Roccamorice nei cui pressi sorge un grandioso retaggio del passaggio di Pietro Celestino: Santo Spirito a Maiella che si confonde con le rocce scoscese che gli offrono riparo.
Le prime tracce di una vita eremitica nel vallone di Santo Spirito risalgono al III-IV sec. ma del IX sec è il romitorio di S. Nicola dove dovette fermarsi Pietro. Iniziamo la visita dalla chiesa descritta nell’800 dall’avv. Zecca in rovina ma con un portico sul fronte che oggi non c’è più: la versione che ora vediamo risale al 1600 ed è opera del monaco Pietro Santucci da Manfredonia- che nel 1586 trovò il monastero in completo abbandono ed i luoghi sacri rifugio delle pecore- e reca significativamente la scritta di “porta del cielo”. All’interno si distingue una parte più antica con archi a sesto acuto evidenziati da costoloni, probabilmente dell’epoca di Pietro, mentre il resto è cinquecentesco. Lo Zecca nella sua descrizione faceva riferimento a due antiche iscrizioni di cui resta un frammento che racconta di una visione avuta dall’eremita il 29.8.1248: la Vergine, gli angeli ed i due Giovanni appaiono profeticamente nel giorno dell’incoronazione e della perdonanza aquilana, 46 anni prima di questi eventi. Il luogo doveva essere particolarmente favorevole alle esperienze mistiche dato che nel 1742 Benedetto XIV concedeva alla chiesa un’altra indulgenza plenaria a seguito di una qualche visione che lo fece scappare gridando che “questo” posto è terribile!
A fianco della chiesa si apre un passaggio nella roccia, un lungo corridoio che dà accesso al monastero: dei canaletti sono stati scalpellati per lo scorrimento dell’acqua e sotto delle vetrate si vedono tracce dell’originaria pavimentazione. Sulla sinistra entriamo in una stanza situata dietro l’altare ed alla quale si può accedere anche dalla chiesa: sotto delle botole c’è la tomba del Santucci l’entusiasta restauratore della chiesa del 1600.Una scaletta sale a quella che era la clausura come ricorda una scritta sopra alla porta: ora conduce ad una stanza realizzata riunendo le originarie cellette fornite ciascuna di una delle finestrine visibili . Sulla destra una porticina porta ad una dispensa dotata di forno, dalla quale si vede come l’attuale volta della stanza formata dall’abbattimento delle pareti divisorie delle celle, sia stata realizzata sotto la precedente costituita dalla roccia; anche qui sono stati scalpellati canaletti per il passaggio dell’acqua ed un archetto gotico reca testimonianza della struttura medievale..
La particolarità dell’eremo di S. Spirito a Maiella è di essere ospitato, protetto e mimetizzato dalla roccia che forma sulla parete scoscesa delle terrazze perfettamente ricoperte da un naturale tetto di pietra: sui vari verzieri, così si chiamano i terrazzamenti della Maiella, si articola la complessa costruzione per cui il campanile della chiesa non sta sul tetto di questa, ma sul verziere più in alto e i vari eremi di S. Antonio, di S. Giovanni e della Maddalena su altri più in alto ancora.
In particolare nella versione della costruzione risalente al 1600, sulla parte posteriore rispetto alla chiesa, sorgevano delle officine per lavorare la pietra o il legno- è visibile un locale coperto che potrebbe essere una cisterna o una macina- mentre al di sopra, come attestano dei buchi nella roccia che dovevano contenere grossi travi di sostegno, doveva svilupparsi la zona giorno e più in alto ancora le cellette .
Procedendo dunque oltre il corridoio parzialmente scavato nella roccia con cui si accede al complesso, si perviene alla parte della officine che oggi si presentano come terrazze molto suggestive perché permettono di godere del panorama della mole di roccia a cui la costruzione si abbarbica. Su una parete si vedono dei capitelli e su un terrazzo si apre un camino: l’elemento che più incuriosisce è tuttavia, oltre al volto di padre Francesco, ultimo cappuccino che si è curato dell’eremo prima del degrado da cui il restauro più recente lo ha sottratto, è una pietra bucata, da alcuni identificata in un’ara pagana attestante il carattere sacro del posto ab immemorabile , per altri in un recipiente dove veniva lavorato il latte, per altri ancora in un incavo in cui il pellegrino metteva una pietra per simboleggiare che partito con il cuore di pietra se ne riandava con uno di carne.
Continuando al lato opposto della chiesa ci si imbatte nel simbolo di Celestino papa, vale a dire in un leone rampante con una barra trasversale in orizzontale, interpretato dal frate che ci guida nella visita come espressione di fortezza e di obbedienza.
Finito l’eremo inizia la costruzione voluta da principe Caracciolo di S. Buono che non desiderò di meglio che vivere in questo luogo magico.
In corrispondenza della parete rocciosa si inerpica una scala, la scala santa che sale all’eremo della Maddalena: un corridoio con canali per l’acqua scavati nella roccia ed un orribile tetto di metallo realizzato con l’ultimo restauro ci porta verso le cellette degli eremiti. Alla fine della scala santa si arriva all’eremo di S. Antonio del porcellino di cui vi è la statua; continuando al 4° verziere si giunge all’eremo di S. Giovanni di cui però manca la statua che caratterizza gli eremi .
Di qui il paesaggio è estremamente suggestivo perché alla parete di roccia che forma i verzieri, si contrappone un pendio più dolce e ricco di vegetazione e quando l’aria è tersa si riesce a vedere anche il Gran Sasso.
Tornando indietro si incontra l’eremo della Maddalena con la statua all’ingresso e la tipica struttura degli eremi con un luogo di accesso, uno di culto ed un altro ambiente per il riposo; altra caratteristica di questi centri di preghiera e penitenza era la loro collocazione lungo un camminamento per cui si entrava da una parte e si usciva dall’altra mentre le pecore all’esterno continuavano il loro percorso.
Dopo la chiesetta seguono altri vani e quindi si incontra una scaletta che sale alla cella dell’eremita così piccola e dotata solo di un caminetto e di una finestrina sulla vallata.
Torniamo a Roccamorice per imboccare il secondo bivio indicante l’eremo di S. Bartolomeo, quello che si incontra superato il paese. Con questo itinerario- ve ne è un altropure segnalato-si ha la possibilità di imbattersi in un elemento caratteristico della Maiella: le costruzioni a tholos , alcune antichissime e comuni a tutte le civiltà mediterranee, con funzione di rifugio e probabilmente anche sacra.
Scendendo lungo un pendio ricco di vegetazione con l’aria profumata dalle erbe aromatiche che nascono spontanee offrendo la loro deliziosa fragranza, appare di fronte, al di là di un corso d’acqua e mimetizzato nella parete rocciosa l’eremo di S. Bartolomeo che si sviluppa in un verziere ricoperto da un enorme tetto di roccia. Appare come una balconata protetta da un muretto ed a cui si accede da quattro scalinate, di cui una di 26 scalini, incassata tra la roccia e il muro, che veniva percorsa in ginocchio: è la” scala santa” simbolo della difficoltà di un cammino in salita che richiede sofferenza ed attenzione, ma che porta su un piano più elevato.
A metà terrazzo vi è la facciata della chiesetta ; sulla destra dell’ingresso un affresco con Gesù reca la data del 1138 ed uno con la Madonna appare più compromesso dal passare del tempo. All’interno della chiesa presenta la statua del Santo il cui vero nome è Nataele, figlio di Tolomeo perciò detto bar (figlio) Tolmai ovvero Bartolomeo e sarebbe stato scorticato vivo. Inoltre al di sotto di un masso cavo vi è una piccola risorgenza di acqua che si prende difficoltosamente con un cucchiaio e miscelata con l’acqua della sorgente sottostante l’eremo: è l’acqua miracolosa di S. Bartolomeo utilizzata contro la peronospera della vite, contro le malattie che colpiscono gli uomini , per curare piaghe, per consolare i moribondi. Anche la sorgente esterna all’eremo ha un elemento di sacralità per il fatto di essere sgorgata per opera di S. Bartolomeo che percosse a terra un catenaccio, così come Ercole e Mitra, secondo la mitologia, producevano lo stesso effetto colpendo il terreno con la lancia e la freccia.
L’eremo era preesistente all’arrivo di Pietro che vi venne da S. Spirito a Maiella e vi si stabilì intorno al 1274 per restarvi fino al 1276 quando per sottrarsi ai pellegrini che numerosi lo cercavano, si trasferì nel più impervio S. Giovanni d’Orfento; probabilmente l’eremita che restaurò l’antico romitorio anteriore al mille, trovò già il culto al martire che sin dal nono secolo veniva festeggiato il 25.8. ed in tale data i fedeli continuano a portarlo in processione sebbene nel 16° sec. la Chiesa abbia spostato la festività al 24.
Dietro la chiesetta, rispettando rigorosamente lo schema dell’eremo, vi è una stanzina ed una celletta con camino, dove gli eremiti ed i pellegrini si abbandonavano al silenzio ed al riposo. La pianta della costruzione si conclude con una seconda uscita, anche questa caratteristica dello schema tipico che vuole l’eremo su di un camminamento, ma anche conforme alla tradizionale grotta dell’iniziazione dei più antichi misteri, dotata delle due porte , rispettivamente “degli uomini” e “degli dei” corrispondenti alle porte solstiziali della caverna cosmica.
Nella valle dell’Orfento è custodito dalla natura il più suggestivo degli eremi di Celestino che richiede una lunga passeggiata: l’eremo di S. Giovanni a cui si accede attraverso un piccolo corridoio il cui tratto finale va percorso sdraiati con il ventre a terra. Il primo ambiente che si incontra ha forma rettangolare e presenta due nicchie all nella parete sinistra ed una nel fondo, il secondo è chiaramente un luogo di culto con l’altare, un serbatoio e l’adiacente ripiano di raccolta dell’acqua, con un cordolo sul bordo. Seguono della aperture che fanno pensare a degli armadietti. Desta meraviglia il complesso sistema di captazione delle acque formato da lunghe incisioni sulla parete soprastante e canali sul pavimento della grotta nonché da vaschette di raccolta per poi confluire nel serbatoio. Al di sotto della zona sacra sorgevano le cellette dei compagni di Pietro come testimoniano tracce di pietre squadrate, le poche lasciate dai pastori che hanno riutilizzato il materiale per i loro rifugi.
Qui Pietro rimase 9 anni: Dio parla sempre con la Voce del Silenzio.

» Inizio pagina


Copyright © 2011 Comitato Perdonanza 2011
info@perdonanza-celestiniana.it
Tutti i diritti riservati | Credits